A tu per tu con il docente Aldo Terracciano

Aldo Terracciano è uno psicologo e si occupa di psicologia del lavoro e delle organizzazioni.

Durante l’intervista, ci spiega che è formatore e consulente in Psicologia del lavoro e Psicologia organizzativa presso Centri di formazione professionale, imprese private, Pubblica Amministrazione, associazioni e scuole.

Inoltre, è esperto di Psicologia sociale, Psicologia dei gruppi, di processi formativi e di metodologie didattiche.

In un primo momento, gli chiediamo se ha mai fatto volontariato nella sua vita e sorridendo ci risponde che il mondo del volontariato non è affatto una realtà nuova per lui e che lavora da anni in questo settore. Infatti, ha svolto numerosi interventi e docenze sulle tematiche connesse alla relazione d’aiuto presso enti e organizzazioni del volontariato sociale, che lo hanno portato ad avvicinarsi all’Università del Volontariato a Bologna.

Con grande entusiasmo, ci racconta che per ora ha tenuto due corsi presso l’Università del Volontariato inerenti ai concetti di: relazione d’aiuto, comunicazione, lavoro di gruppo e gestione dei conflitti. Nello specifico, le tematiche che ha principalmente approfondito durante questi incontri sono state:

  • Come stare nella relazione d’aiuto: il volontario.
  • La gestione delle emozioni nel rapporto con l’utente, la comprensione empatica, il rischio di “burnout”.
  • I bisogni del volontario e dei beneficiari.
  • Tipi, processi e strumenti della comunicazione emotiva.
  • Il Volontario e la sua organizzazione.

Per Aldo, insegnare ad una classe di corsisti che è composta da volontari adulti e non da giovani studenti, non fa alcuna differenza (essendo anche abituato a lavorare con gli adulti): i volontari hanno voglia di imparare e di scoprire cose nuove, arricchendo le proprie conoscenze e condividendo assieme esperienze e riflessioni.

In merito a questi corsisti, già dal primo incontro ha avuto un’impressione positiva e fin da subito ha instaurato con loro un buon rapporto, rafforzato anche dalla metodologia interattiva e partecipativa che è solito utilizzare durante i suoi insegnamenti: «preferisco lavorare seguendo un concetto metodologico di formazione che è incentrato sul cliente e quindi punto prima di tutto sulla soddisfazione dei suoi bisogni, dedicandovi alcuni minuti nella prima parte della lezione». Il discorso prosegue e ci puntualizza che cerca sempre di non creare il classico rapporto istituzionale “docente – allievo” ma piuttosto si impegna a instaurare un rapporto amichevole con tutti i suoi corsisti.

A questo punto dell’intervista, chiediamo ad Aldo se ha voglia di raccontarci un aneddoto particolare che gli è capitato durante i suoi corsi all’interno dell’Università del Volontariato. Ci risponde che non c’è un episodio specifico ma che vuole comunque condividere con noi un ricordo piacevole che si è portato con sé da questa esperienza.

«Solitamente mi capita di “seppellire” i partecipanti con materiale di lettura e articoli di approfondimento.. a questi volontari ho dato da leggere 32 articoli di questo genere e loro a distanza di tempo mi hanno scritto per posta (perché lascio sempre il mio indirizzo a fine lezione) dicendomi che li hanno trovati molto interessanti e che gli sono stati utili».

Dal tono di voce, percepiamo quel senso di felicità che Aldo ha provato nel leggere queste parole e ci conferma che per lui sono state fonte di riconoscimento e di soddisfazione personale.

Concludiamo questa interessante conversazione con una domanda specifica sul volontariato:

Come definirebbe il volontariato in una parola?

Senza esitazione e con tono deciso, risponde: «Il volontariato è una parola sbagliata e secondo me il concetto che riguarda questa parola come vocabolo è negativo».

Ci chiarisce meglio questa sua posizione, spiegandoci che quando si parla di qualcuno “che fa il volontario”, si tende a identificare solo il modo e non il contenuto di ciò che egli realizza. Questo perché il termine volontario, descrive infatti una modalità di comportamento (“opero in modo volontario”) mentre non dice nulla del contenuto, ossia di ciò che si fa. Per Aldo, la parola “volontariato” è una sorta di alibi che siamo comunemente portati ad utilizzare per dire che “se voglio, faccio qualcosa di buono”. Infatti, noi tendiamo a guardare tanto di più alla forma invece che al contenuto.

A differenza dei paesi francesi, dove si preferisce usare la parola bénévole, che è traducibile con “persona che fa del bene”, “persona benevola”, ovvero persona volenterosa più che volontaria. Questo termine descrive perfettamente il contenuto perché pone principalmente l’accento sull’azione da compiere e secondariamente sul modo attraverso cui si esercita questa attività altruistica.

Aldo rivolge a tutti una proposta: cerchiamo di pensare a parole nuove al posto di “volontariato” e“volontario”, parole che siano meno generiche ma allo stesso tempo che siano parole magiche, portatrici di buone suggestioni ed emotivamente valide.

Elena Viotto

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